Hai venduto azioni in perdita qualche anno fa. Magari durante un panic selling. Ora quelle perdite sono lì, registrate nel tuo regime amministrato come “minusvalenze pregresse”. Sembrano inutili. Sembra che non puoi recuperare niente. Il problema è che azioni ed ETF generano redditi di capitale. E le minusvalenze su redditi di capitale si compensano solo con plusvalenze della stessa categoria — con ulteriori distinzioni, come vedremo. Se non hai plusvalenze in vista su strumenti analoghi le minusvalenze scadranno al quinto anno. I certificati funzionano diversamente. Le plusvalenze e minusvalenze generate dalla vendita o scadenza di un certificato sono classificate come redditi diversi — e i redditi diversi si possono compensare con minusvalenze pregresse su azioni ed ETF. Questo significa che puoi recuperare soldi che avresti perso per sempre. Esempio concreto: hai 10.000 euro di minusvalenze su azioni del 2025. Compri certificati benchmark che replicano il FTSE MIB. Il FTSE MIB sale del 10%. Alla fine vendi i certificati con 1.000 euro di guadagno. Quel guadagno viene compensato con le minusvalenze pregresse. Risultato: zero tasse da pagare sui 1.000 euro. Hai recuperato 260 euro (26% di 1.000) che avresti perso per sempre. Questo è il vantaggio fiscale più interessante dei certificati, almeno in base alla normativa vigente. Ma funziona solo se sai come usarlo, e solo con certi tipi di certificati — e solo su certi tipi di proventi. I certificati, essendo derivati strutturati, generano redditi diversi — ma con una precisazione essenziale: non tutti i proventi di un certificato sono redditi diversi. La regola pratica è questa: Questo è uno degli errori più comuni tra gli investitori retail: pensare che le cedole mensili di un Cash Collect o le cedole annuali di un Phoenix siano anch’esse compensabili. Non lo sono. Solo i guadagni in conto capitale — la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto — generano redditi diversi compensabili. Esempio rapido: Paola ha 5.000 euro di minusvalenze su azioni. Compra un Cash Collect su Enel che le paga 80 euro di cedola al mese. Arriva la cedola di gennaio: 80 euro tassati al 26% immediatamente, senza compensazione. Paola paga 20,80 euro di tasse. Le sue minusvalenze sono ancora lì, intatte, a guardare. La cedola non le scalfisce. Se invece Paola avesse comprato un certificato benchmark su Enel, lo avesse tenuto 6 mesi e poi venduto guadagnando 960 euro, quella plusvalenza sarebbe reddito diverso e si compenserebbe con le minusvalenze. Zero tasse. Stessa cifra, risultato fiscale opposto. La differenza è nel tipo di provento, non nello strumento. Il meccanismo è automatico se hai il regime amministrato — la modalità standard in Italia con banche e broker italiani. Se usi broker esteri (quelli che operano senza sede italiana, per intenderci), operi in regime dichiarativo: la compensazione non avviene automaticamente, devi calcolarla tu con il commercialista nella dichiarazione dei redditi annuale. Con la crescita dei broker esteri tra gli investitori italiani, questo dettaglio riguarda molti più lettori di quanto si pensi. Se hai dubbi, comunque, senti il tuo broker. Compri certificati benchmark sul FTSE MIB per 20.000 euro. Il FTSE MIB sale del 15% in 6 mesi. Vendi i certificati a 23.000 euro. Plusvalenza: 3.000 euro. Senza compensazione: pagheresti 780 euro di tasse (26% di 3.000). Con compensazione automatica in regime amministrato: la plusvalenza di 3.000 euro viene compensata con le minusvalenze pregresse sulle azioni Telecom. Tasse da pagare: zero. Minusvalenze residue: 2.000 euro (5.000 – 3.000), da usare entro fine 2028. Risparmio fiscale effettivo: 780 euro. Mica male, eh? Se avessi usato un ETF sul FTSE MIB invece dei certificati benchmark, la plusvalenza di 3.000 euro sarebbe reddito di capitale e le minusvalenze su azioni Telecom non si compenserebbero con plusvalenze su ETF. Risultato: 780 euro di tasse pagate comunque. Vale la pena chiarire anche la situazione fiscale dei certificati a capitale protetto (Equity Protection), perché generalmente è diversa dagli altri. A scadenza, il rimborso del capitale nominale (es. 1.000 euro su 1.000 euro investiti) non genera reddito imponibile — è semplicemente un rimborso. L’eventuale guadagno sopra il nominale (es. i 500 euro dello scenario con Nasdaq +50%) è invece reddito diverso, compensabile con minusvalenze pregresse. In pratica: se il certificato a capitale protetto rimborsa esattamente il nominale senza guadagno, non ci sono effetti fiscali da gestire. Se rimborsa più del nominale, la differenza è reddito diverso. Per sfruttare il vantaggio fiscale senza complicazioni, potresti usare certificati della categoria Capitale Non Protetto, tipo benchmark o tracker. Le minusvalenze scadono dopo 4 anni: se hai minusvalenze del 2022, devi compensarle entro fine 2026. Dopo non puoi più usarle. Pianifica per tempo.Esempio rapido sul conto alla rovescia: Giorgio ha perso 6.000 euro su azioni Tim nel 2022. Siamo a fine 2026. Ha ancora due mesi per compensare. Se aspetta il 1° gennaio 2027, quei 6.000 euro spariscono nel nulla 1.560 euro di risparmio fiscale potenziale bruciati per inerzia. Non succede per mancanza di strumenti: succede perché nessuno glielo ha detto in tempo. Controlla subito se hai minusvalenze pregresse nel tuo estratto conto fiscale. La compensazione non crea rimborsi: se hai 10.000 euro di minusvalenze e fai 5.000 euro di plusvalenze, risparmi 1.300 euro di tasse. Ma non ricevi un assegno da 1.300 euro: semplicemente non paghi tasse su quei 5.000 euro. Il risparmio è reale ma indiretto. Senza ne avresti ricevuti 3.700 invece di 5.000. Non compensi tra regimi diversi senza intervento: se hai minusvalenze in regime amministrato (banca italiana) e fai plusvalenze in regime dichiarativo (broker estero), non si compensano automaticamente. Devi fare tutto nella dichiarazione dei redditi con il commercialista. Più facile gestire tutto nello stesso regime. Le cedole non si compensano: i coupon periodici di Phoenix e Cash Collect sono redditi di capitale tassati al momento del pagamento e non sono compensabili con le minusvalenze pregresse. Solo le plusvalenze dalla vendita o scadenza del certificato sono redditi diversi compensabili. Il vantaggio fiscale non giustifica investimenti sbagliati: non comprare certificati solo perché pensi di compensare le minusvalenze. Se il certificato è rischioso, complesso o con costi eccessivi, il vantaggio fiscale non lo salva. Prima la solidità dell’investimento, poi l’ottimizzazione fiscale. Sempre. Il motivo per cui le plusvalenze sui certificati sono redditi diversi è tecnico ma importante da capire. I certificati sono derivati cartolarizzati: sei esposto al sottostante tramite un contratto derivato (opzioni, futures, swap) che la banca ha impacchettato in forma di titolo quotato. Secondo la normativa italiana (articolo 67 del TUIR), i redditi da contratti derivati sono classificati come redditi diversi — e questo vale anche per i certificati in quanto derivati strutturati. Gli ETF invece sono fondi di investimento che tendenzialmente possiedono direttamente azioni o obbligazioni (possono esserci anche ETF sintetici). I proventi sono classificati come redditi di capitale. Risultato: stessa esposizione economica (entrambi replicano il FTSE MIB), classificazione fiscale diversa, possibilità di compensazione diverse. Stessa aliquota (26%), ma regole di compensazione che fanno la differenza quando hai minusvalenze pregresse. Se vuoi leggere altri contenuti come questo, iscriviti alla nostra newsletter. È gratuita.
Pagare meno tasse recuperando le minusvalenze in cantina
Redditi diversi vs redditi di capitale: la differenza che conta
In Italia gli strumenti finanziari generano due tipi diversi di reddito ai fini fiscali:
Come funziona la compensazione delle minusvalenze
Situazione di partenza
Un caso speciale: i certificati a capitale protetto
Certificati benchmark e tracker: i migliori per ottimizzazione fiscale
I limiti e le cose da sapere
Come funziona fiscalmente sotto il cofano
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative ed educative. Non costituiscono consulenza finanziaria, raccomandazione d’investimento né sollecitazione al pubblico risparmio. I mercati finanziari comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Prima di effettuare qualsiasi operazione, è necessario valutare il proprio profilo di rischio e, se opportuno, rivolgersi a un consulente finanziario abilitato. Finanza da Bere non si assume responsabilità per le decisioni d’investimento dei lettori.






