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Certificates Finanziari: Cosa Sono e Come Funzionano (Guida Semplice 2026)

Disclaimer

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative ed educative. Non costituiscono consulenza finanziaria, raccomandazione d’investimento né sollecitazione al pubblico risparmio. I mercati finanziari comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Prima di effettuare qualsiasi operazione, è necessario valutare il proprio profilo di rischio e, se opportuno, rivolgersi a un consulente finanziario abilitato. Finanza da Bere non si assume responsabilità per le decisioni d’investimento dei lettori.

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Certificates Finanziari: Cosa Sono e Come Funzionano (Guida Semplice 2026)

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I certificates spiegati in maniera semplice

Se sai a grandi linee come funzionano le azioni, le obbligazioni, gli ETF, le opzioni e i derivati, allora dovresti essere in grado anche di comprendere cos’è e come funziona un certificate finanziario. Se ti mancano queste basi: Andale! Ah: non lo chiamiamo certificates perché fa figo — è semplicemente che in Italia la parola “certificati” è principalmente associata ad altre menate burocratiche. Eppure parliamo di un mercato che in Italia nel 2025 valeva quasi 30 miliardi di euro.

Ok, andiamo al sodo: cosa sono i certificates finanziari?

Proviamo a farla facile. Un’azione è una quota di proprietà di un’azienda, come un whisky liscio per intenderci. Un ETF è più simile a un cocktail, dato che miscela in percentuali diverse più aziende. Un certificate, invece, è una miscela di strumenti finanziari tra cui opzioni e derivati costruita con obiettivi molto precisi. Il problema qual è: che essendoci migliaia e migliaia di prodotti sul mercato, con nomi alquanto fantasiosi, non sempre risulta facilissimo capire come funzionano e trovare ciò che meglio risponde ai tuoi obiettivi. Per fortuna quei pignoloni dell’ACEPI (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento) hanno fatto un po’ d’ordine.

ACEPI distingue i certificates in cinque macro-categorie: i certificati a capitale protetto, i certificati a capitale condizionatamente protetto, i certificati a capitale non protetto, i certificati a leva e le credit linked notes. Noi proviamo a spiegarteli a modo nostro.

Le cinque tipologie di Certificates

1. I certificati a capitale protetto

Un certificate a capitale protetto è un prodotto che alla scadenza ti promette di riavere il 100% (o una percentuale predefinita) dei tuoi soldi. Infatti, se l’emittente non fallisce (parliamo di giganti come Goldman Sachs, UniCredit, Intesa Sanpaolo, o Barclays), a scadenza ti ridanno il capitale investito più una parte degli eventuali guadagni del sottostante.

Facciamo un esempio: il “Paracadute sul Nasdaq”

Immagina di voler investire sul Nasdaq 100. Hai paura di una bolla. Così ti compri un certificate a capitale protetto al 100% con scadenza 3 anni.

  • Scenario A — Nasdaq +30%: tu riprendi i tuoi 1.000€ più una parte del guadagno (diciamo 1.210€).
  • Scenario B — Nasdaq -40%: te la fischietti beato. A meno che non fallisca l’emittente, a scadenza ti riprendi i tuoi 1.000€ puliti e hai evitato il maremoto. Certo quei soldi non ti hanno fruttato, ma se avessi comprato un ETF sullo stesso indice i tuoi 1.000€ sarebbero diventati 600€.
  • Scenario C — L’emittente del certificates fallisce: si tratta di una circostanza assolutamente remota, ma non impossibile. Motivo per cui, al netto delle scarse probabilità che ciò accada, è sempre bene diversificare gli emittenti e scegliere certificates emessi da istituzioni con un buon rating. Se una circostanza del genere dovesse avverarsi potresti recuperare solo una minima parte o niente, quindi ocio agli emittenti da cui acquisti i certificati.

Per i più curiosi — come funziona sotto il cofano

Tecnicamente, un certificate a capitale protetto è un bundle: con i soldi che gli dai la banca compra un’obbligazione zero coupon (che garantisce il rimborso a 100 a scadenza) e con la differenza tra il prezzo pagato (es. 100) e il costo dell’obbligazione zero coupon (es. 85) acquista un’opzione call su un certo sottostante. È ingegneria finanziaria applicata per darti un prodotto pronto all’uso che difficilmente potresti costruirti in casa. E per fare ciò l’emittente ti applica una commissione che è già embeddadata nel prezzo del certificato.

2. I certificati a capitale condizionatamente protetto

Qui entriamo in uno dei territori preferiti dagli investitori italiani. Perché? Perché puoi guadagnare anche se il mercato va laterale o scende un po’. Il trucco è la barriera. La protezione c’è, a patto che il sottostante non crolli oltre un certo limite (es. -40%). Se la barriera tiene (dritta: ocio al tipo di barriera), incassi premi periodici. Se si rompe, la protezione sparisce e segui il crollo.

Una caratteristica molto diffusa in questa categoria è la clausola autocall: no, non è un tipo che si chiama da solo per finta. Autocall vuol dire che se il sottostante sul tuo certificato (un indice, delle azioni..) è sopra un certo livello alle date di osservazione periodica, il certificato viene rimborsato in anticipo, restituendoti il nominale che hai pagato più le cedole maturate. Questo meccanismo cambia radicalmente il profilo rischio/rendimento: potresti pensare di comprare un prodotto a 3 anni e ritrovarti rimborsato dopo 6 mesi. L’unico problema a quel punto è trovare un nuovo investimento che risponda alla tua domanda di rischio/rendimento. Ad ogni modo la regola aurea è sempre una: prima di investire leggi attentamente i Final Terms sul sito dell’emittente.

Facciamo un esempio ipotetico: il Cash Collect su Ferrari

Il Luigino ha comprato un certificate Cash Collect su Ferrari con barriere al 60% e cedola dell’1% al mese. Scadenza tra 3 anni.

  • Scenario A — Ferrari fa -20%: incassi l’1% ogni mese e a scadenza riprendi i tuoi 1.000€. Totale: 1.000 + 360 = 1.360€.
  • Scenario B — Ferrari fa +50%: incassi sempre il tuo 1% al mese, ma guadagni meno di chi possiede l’azione direttamente.
  • Scenario C — Ferrari fa -50%: la barriera al 60% viene violata, la protezione evapora e il capitale rimborsato e’ 500€ (più le cedole che sei riuscito a incassare prima).

Per i più curiosi — come funziona sotto il cofano

Qui stai tecnicamente vendendo un’opzione put barrier (down-and-in): incassi il premio, cioè la cedola, proprio perché ti accolli il rischio di un crollo oltre la soglia, non prima di quel momento. Finché la barriera non viene toccata, la put non si attiva e il tuo capitale è al sicuro. È una strategia di yield enhancement.

3. I certificati a capitale non protetto

Qui si entra in una logica di esposizione completamente lineare. In questa tipologia di prodotto, il concetto di “protezione” non è previsto: la performance segue integralmente quella del sottostante. In caso di ribasso, l’investimento registra una perdita proporzionale; viceversa, in caso di rialzo, beneficia interamente dell’apprezzamento. Il vantaggio? L’efficienza fiscale (il tema dell’efficienza fiscale è uno dei grandi vantaggi dei certificati, per approfondire il tema abbiamo scritto un articolo apposta). Questi strumenti spesso consentono di replicare mercati difficilmente accessibili o di compensare i guadagni con le perdite pregresse (minusvalenze). Il più famoso è il benchmark certificate: segue il sottostante come un’ombra. Se l’oro fa +15%, tu fai +15%. Se l’oro fa -30%, tu fai -30%. Zero paracadute, zero barriere e comunque sempre al netto delle commissioni già incluse nel prezzo.

Per i più curiosi — come funziona sotto il cofano

Un certificate a capitale non protetto è quella che i sapientoni della street chiamano una struttura delta 1. La banca replica il sottostante e te lo “confeziona”. Il grande pro è che genera redditi diversi: se hai perso soldi con altri investimenti, qui puoi compensare le tasse. Cosa che non potresti fare con un ETF, dato che gli ETF generano redditi di capitale — categoria fiscale separata.

4. I certificati a leva

Qui si parla di velocità e rischio. In altri termini usi i soldi della banca per amplificare i tuoi guadagni o le tue perdite. Se usi una leva 5, ogni +1% dell’azione diventa un +5% per te. Ma vale anche al contrario: superato il -20% con leva 5 (5×20=100) vuol dire che hai perso tutto. Esistono due sotto-tribù: quelli a leva fissa (pensati per il trading intraday) e quelli a leva variabile (come i turbo e i mini future).

Facciamo un esempio: il “Turbo Short su Tesla”

Sei convinto che Tesla crollerà e compri un certificate con leva 10 e barriera knock-out al 10% dal prezzo di entrata.

  • Scenario A — Tesla -2%: tu guadagni il +20%.
  • Scenario B — Tesla +10%: in questo esempio specifico, con barriera al 10% dal prezzo di entrata, il certificato tocca il livello di knock-out. Hai perso tutto. Game over. (Attenzione: non è una regola generale — il livello di knock-out dipende sempre dalle condizioni specifiche del prodotto, non da una percentuale fissa.)

Per i più curiosi — come funziona sotto il cofano

Questi strumenti sono basati su opzioni esotiche (barrier options). A differenza delle opzioni standard, eliminano l’effetto delle “greche” ma introducono il rischio di estinzione immediata se toccano lo strike. Non è roba da “compra e dimentica”. Come tutti i prodotti complessi, sono assolutamente sconsigliati a chi non è pienamente consapevole di ciò che sta facendo.

5. Le Credit Linked Notes (CLN)

In questo contesto, l’attenzione non è rivolta all’andamento dei prezzi di mercato, bensì alla solidità e alla capacità di continuità operativa dell’entità sottostante. L’analisi dei fondamentali rappresenta quindi un elemento imprescindibile nel processo decisionale di investimento.

Una Credit Linked Note, infatti, è un investimento legato alla capacità di un emittente, corporate o sovrano, di onorare i propri obblighi finanziari. In tale struttura, l’investitore assume di fatto il ruolo di “assicuratore”: eroga capitale alla banca emittente, ricevendo in cambio una cedola predeterminata, salvo il verificarsi di un evento di credito sull’entità di riferimento, quali default, ristrutturazione del debito o eventi assimilabili.

Una specificità importante rispetto alle altre categorie: in una CLN sei esposto a un doppio rischio. Da un lato il rischio di credito dell’emittente (come per tutti i certificates), dall’altro il rischio di credito della reference entity, cioè l’azienda o lo Stato a cui è legato lo strumento. Vale la pena tenere entrambi sott’occhio.

Facciamo un esempio: il “Premio su Generali”

Compri una CLN che paga il 6% annuo legata a Generali Assicurazioni.

  • Scenario A — No eventi di credito per Generali: incassi il 6% ogni anno e riprendi i 1.000€ a scadenza.
  • Scenario B — Generali ha un evento di credito: il tuo certificato viene rimborsato al valore di recupero.

Per i più curiosi — come funziona sotto il cofano

Quando acquisti una Credit Linked Notes l’emittente sta tecnicamente vendendo un CDS (credit default swap) e tu incassi il premio per il rischio di credito. È l’ideale per diversificare quando non vuoi dipendere dalla volatilità quotidiana della borsa — ma è altrettanto essenziale comprendere i fondamentali dell’azienda sottostante e i rischi che ti stai prendendo (entrambe le controparti, ricorda).

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