Se il mondo degli investimenti fosse un bar, i Certificates a capitale protetto sarebbero lo Spritz analcolico: ti permettono di stare in compagnia di chi investe in borsa, di goderti una parte del movimento dei mercati, ma senza il terrore di svegliarti il giorno dopo con un mal di testa colossale (ovvero il portafoglio in profondo rosso). In un momento in cui i mercati sembrano sempre “troppo alti”, questi strumenti sono il rifugio di chi vuole scappare dai rendimenti dei conti deposito, senza però buttarsi nella mischia delle azioni pure. In termini tecnici si chiamano spesso Equity Protection. È un contratto derivato cartolarizzato: in pratica, una banca “impacchetta” per te una strategia che punta al rimborso del valore nominale (di solito 100€ o 1.000€ a certificato) a una data scadenza. La parola chiave è protezione contrattuale. E a meno che l’emittente non fallisca a scadenza riavrai come minimo il valore nominale del tuo investimento più l’eventuale surplus sul sottostante del certificato. Immagina di voler investire sul settore tecnologico americano perché non vuoi perderti la corsa dell’Intelligenza Artificiale, ma hai il terrore di un crollo improvviso. Compri un Certificate a Capitale Protetto 100% con queste caratteristiche: Qui si vede se sei un cliente distratto o se già ci capisci qualcosa. Prima di comprare un Certificate, leggi sempre i Final Terms e sbircia almeno questi due dettagli. Se compri un certificato in Euro che investe su un indice americano (in Dollari), potresti avere una brutta sorpresa. Se il Nasdaq sale del 10% ma il Dollaro si svaluta del 10% rispetto all’Euro, il tuo guadagno sparisce. Il trucco: cerca i certificati con l’Opzione Quanto. È una clausola che neutralizza il rischio cambio: se il sottostante fa +10% in Dollari, tu prendi il +10% in Euro, indipendentemente da cosa ha fatto il tasso EUR/USD. Non tutti i certificati a capitale protetto ti danno tutto il rialzo del mercato. Anche perché altrimenti saremmo tutti miliardari: zero rischi, infiniti rendimenti. E’ quindi importante capire come funzionano “partecipazione” e “cap”. Cap (il “tetto”): è il limite massimo di rendimento. Se il Cap è al 20% e il mercato fa +50%, tu ti fermi a 20%. C’è un fattore che determina la qualità di questi prodotti più di qualsiasi altra cosa: il livello dei tassi d’interesse al momento dell’emissione. La struttura si basa su uno zero coupon + una call. Più i tassi sono alti, meno costa lo zero coupon. Se lo zero coupon assorbe 850€ invece di 950€, alla banca avanzano 150€ invece di 50€ per comprare l’opzione call — e il risultato è una partecipazione più alta all’andamento del sottostante. Al contrario, con tassi bassi come quelli del 2020-2021, lo zero coupon costava quasi tutto il nominale. Rimaneva pochissimo per l’opzione: partecipazioni basse, cap stretti, prodotti poco competitivi. È per questo che i certificates a capitale protetto tornano in auge nei periodi di tassi elevati — non per moda, ma per matematica. Sebbene si chiamino “protetti”, i rischi reali sono almeno quattro, e sarebbe bene non ignorarne alcuno. Rischio emittente: il più catastrofico se si materializza. Se l’emittente fallisce, la protezione non vale nulla. Per questo è fondamentale diversificare tra emittenti e preferire istituzioni con rating solido. Protezione solo a scadenza: se rivendi il certificato prima del termine mentre la borsa sta crollando, il prezzo sul mercato secondario potrebbe essere più basso dei 100€ che hai pagato per il certificato. La banca ti restituisce il 100% solo se resti seduto fino all’ultimo giorno. Inflazione: se tra 5 anni ti ridanno i tuoi 100€ ma nel frattempo un caffè costa quanto costava un succo di frutta al momento dell’emissione, ecco che hai perso potere d’acquisto. Il capitale è protetto nominalmente, non in termini reali. Ma se investi probabilmente sai già come funziona l’inflazione. La banca non fa scommesse, fa matematica. Prende i tuoi 1.000€ e ne mette una parte in un’obbligazione sicura a cedola zero (Zero Coupon Bond) che alla scadenza varrà esattamente 1.000€. Con la parte residua, l’emittente acquista un’opzione call sul sottostante: qualora l’opzione generi una performance positiva, tale risultato viene trasferito all’investitore; in caso contrario, il rimborso del capitale è garantito dallo zero coupon, pari a €1.000 a scadenza. Quanto costa lo zero coupon? Dipende dai tassi. Con tassi al 4% e scadenza 5 anni, uno zero coupon che vale 1.000€ a scadenza costa circa 822€ oggi. Rimangono 178€ per l’opzione call — budget generoso, quindi partecipazione alta. Con tassi all’1%, lo stesso zero coupon costa 952€, e rimangono solo 48€ per l’opzione — partecipazione bassa, spesso con cap. Semplice, elegante, industriale. Se vuoi leggere altri contenuti come questo, iscriviti alla nostra newsletter. È gratuita.
Perché tutti ne parlano (ma li capiscono davvero?)
Cosa sono i Certificates a capitale protetto (Equity Protection)
Un esempio reale: il “Paracadute sul Nasdaq”
Ecco cosa succede alla scadenza nei tre scenari possibili:
Le “chicche” del barista: valuta e Opzione Quanto
1. Attenzione alla valuta (Rischio Cambio)
2. Partecipazione e Cap: i limitatori di velocità
Quando i tassi di interesse fanno un’enorme differenza
I rischi da tenere d’ocio (tutti, non solo uno)
Sotto il cofano: come lo costruisce la banca?
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative ed educative. Non costituiscono consulenza finanziaria, raccomandazione d’investimento né sollecitazione al pubblico risparmio. I mercati finanziari comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Prima di effettuare qualsiasi operazione, è necessario valutare il proprio profilo di rischio e, se opportuno, rivolgersi a un consulente finanziario abilitato. Finanza da Bere non si assume responsabilità per le decisioni d’investimento dei lettori.






